Sistema Statistico Regionale
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L'attrattività delle università venete per gli stranieri

Secondo i dati del Ministero dell'Università e della Ricerca, il numero di giovani con cittadinanza estera che sono attratti dagli atenei veneti è aumentato fortemente negli anni: nell'anno accademico 2023/24 sono quasi 6mila i ragazzi con cittadinanza straniera che scelgono di studiare nella nostra regione, ovvero oltre cinque volte il valore del 2010/11, passando dal rappresentare il solo 1% del totale degli iscritti negli atenei veneti al 5,1% di oggi.

Prendendo, poi, i dati dell'indagine sul Profilo dei Laureati del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, i laureati stranieri di secondo livello in un ateneo del Veneto sono il 3,5% sul totale laureati e scelgono prevalentemente un corso di laurea nell'area economica, giuridica e sociale, in particolare nell'ambito Economico. Per meglio valutare la reale capacità attrattiva del nostro sistema universitario è più opportuno concentrare l'attenzione sui laureati con cittadinanza estera che hanno conseguito il diploma di scuola superiore all'estero e poi sono giunti in Italia per affrontare gli studi universitari. La combinazione di cittadinanza e luogo di conseguimento del diploma, infatti, consente di comprendere se i cittadini esteri sono inseriti nel sistema scolastico italiano da tempo o se l'Italia è stata effettivamente attrattiva nel momento della scelta del percorso universitario.

Nel 2022 i laureati di cittadinanza estera negli atenei veneti che hanno conseguito il diploma all'estero sono oltre 800, il 3,4% del totale laureati in Veneto. Lo Stato più rappresentato è l'Iran (6,3%) seguito da Turchia (6%), Cina (5,2%) e India (4,7%). Il primo stato europeo è la Francia (4,2%), segue la Germania (3,1%).

Il background familiare d'origine dei laureati esteri è tendenzialmente più elevato di quello dei laureati di cittadinanza italiana: tra i primi, il 54,1% ha almeno un genitore laureato, mentre tale percentuale si riduce al 28% tra gli italiani. E' evidente che sulla propensione alla mobilità incida l'opportunità familiare di poter andare a studiare all'estero che generalmente si lega a persone con maggiori risorse e spesso quindi a genitori con titoli di studio più elevati. In generale, i cittadini esteri si dichiarano più soddisfatti rispetto agli italiani dell'esperienza universitaria compiuta, del rapporto con i docenti e delle infrastrutture dell'ateneo; inoltre, ritengono, più degli italiani, di aver concluso un corso con un carico di studio degli insegnamenti decisamente adeguato rispetto alla durata del corso (il 56,1% rispetto al 39,5%).

 

Analisi 1. L'attrattività delle università venete per gli stranieri

I giovani laureati che si trasferiscono all'estero

Dall'altra faccia della medaglia ci sono i laureati che invece decidono di espatriare.

Chi decide di andare all'estero non lo fa solo per motivi di lavoro. Una prima forte spinta a stabilirsi oltre i confini nazionali è data dalle esperienze di studio. Spesso chi vive l'esperienza dello studio all'estero matura anche una certa curiosità e propensione a lasciare il Paese per sperimentarsi in contesti diversi e internazionali. Secondo i dati dell'indagine Almalaurea sulla Condizione occupazionale dei laureati, il 35% di coloro che ha conseguito il titolo cinque anni prima negli atenei del Veneto ed è occupato all'estero nel 2022, dichiara di aver lasciato l'Italia avendo ricevuto un'offerta di lavoro interessante da parte di un'azienda che ha sede all'estero, a ciò si aggiunge un ulteriore 32,7% che si è trasferito fuori Italia per mancanza di opportunità di lavoro adeguate. Il 13,5% racconta di vivere lontano casa per motivi di studio, il 9% per motivi personali, mentre il 6,7% per mancanza di fondi per la ricerca nel nostro Paese. Infine, il 2,7% lo ha fatto su richiesta dell'azienda presso cui stava lavorando in Italia.

La domanda principale è: torneranno questi giovani? Il 34,1% degli occupati all'estero ritiene tale scenario molto improbabile e un ulteriore 34,5% poco probabile, quanto meno nell'arco dei prossimi anni.

 

Analisi 2. Perché i laureati in Veneto si trasferiscono all'estero?...Torneranno?

Il potenziale dei dottori di ricerca: la mobilità e l'attrattività del nostro territorio

I dottori di ricerca sono considerati i titolari del massimo titolo di studio universitario in Italia, equivalenti al Ph.D. (Philosophiae Doctor o Dottorato di Ricerca) in altri paesi. Nel 2023 i dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Veneto sono per il 52,7% maschi e il 47,3% femmine; fra questi il 54,2% sono residenti in Veneto e i rimanenti 45,8% provengono da fuori regione.

L'area disciplinare maggiormente scelta è quella che raccoglie le Scienze della vita con il 31,9%, segue Ingegneria con il 21,2%, Scienze umane con il 20,6%, Scienze di base con il 15,9% ed infine Scienze economiche, giuridiche e sociali con il 10,4%. Il 57,1% dei dottori di ricerca non ha genitori laureati, di questi circa il 40% hanno genitori con il diploma di scuola secondaria di secondo grado e il 17,2% una qualifica professionale o titolo inferiore o nessun titolo. Viceversa, il 41,5% ha almeno un genitore con un titolo terziario: di cui il 18,7% hanno entrambi i familiari laureati e il rimanente 22,8% un solo genitore con questo titolo di studio. Sulla realizzazione di diventare dottori pesa però la classe sociale di provenienza: infatti, il 30,5% appartiene a una classe elevata, il 35,1% a un profilo familiare medio impiegatizio, il 19,3% alla classe media autonoma e il 13,6% proviene da chi ha un lavoro esecutivo. Si sottolinea quindi l'importanza di fornire dei finanziamenti adeguati che garantiscano parità di accesso a questo livello formativo anche per chi proviene da contesti meno favorevoli. L'87% dei dottori di ricerca negli atenei veneti nel 2023 ha usufruito di finanziamenti per la frequenza del dottorato e in particolare oltre il 90% ha ottenuto una borsa di studio per l'intera durata del corso, ma alla domanda se ritengono il finanziamento adeguato il 61% afferma che non lo è stato, solo l'11,9% si ritiene soddisfatto e il 27% abbastanza.

 

Analisi 3. Chi sono i dottori di ricerca

Il 58% dei dottori ha svolto un periodo di studio o di ricerca all'estero: a fronte del 62,4% dei maschi che hanno preso questa scelta si ha meno del 53% delle femmine. Le quote sono diverse anche per ambito disciplinare di studio: i più interessati a vivere questo tipo di esperienza sono coloro che si applicano nelle Scienze economiche, giuridiche e sociali che si muovono oltre confine nell'82,1% dei casi, secondi i dottori in Scienze umane con il 72,2%, viceversa sono meno tra quelli che studiano le Scienze della vita che vanno all'estero, solo nel 41,3% dei casi. Il motivo principale del periodo di studio o di ricerca all'estero è il poter collaborare con altri esperti che assorbe il 66,7% fra tutti i fattori stimolanti; un altro 9,5% è dato dall'utilizzo di laboratori e attrezzature specifiche, mentre poco sentito il pensiero di andare all'estero per migliorare le competenze linguistiche. Germania e Francia sono mete interessanti per i nostri dottori, accogliendone intorno al 13%, mentre Stati Uniti d'America e Regno Unito ne assorbono il 10%; a seguire tutti gli altri Paesi. Nel complesso, la soddisfazione per l'esperienza è alta e raggiunge un punteggio di 8,6 su 10. Gli aspetti che maggiormente vengono apprezzati sono la creazione/ampliamento di una rete di relazioni internazionale (anche a fini occupazionali), i rapporti con il gruppo di ricerca, la disponibilità di strumenti ed infrastrutture e il miglioramento delle proprie competenze.

 

Analisi 4. Chi sono i dottori di ricerca che studiano all'estero?

E` possibile valutare la mobilità territoriale effettiva dei nostri giovani dottori degli atenei veneti che decidono di restare in Italia a lavorare e di coloro che, invece, si trasferiscono in un altro Paese, spostando così anche le loro potenzialità in Paesi che solitamente sono già molto sviluppati e offrono altre prospettive.

Oltre il 78% dei dottori di ricerca degli atenei nel Veneto restano in Italia a lavorare. In linea con quanto accade anche per i laureati, però, emergono dei gap significativi tra chi resta e chi parte per lavoro: in particolare, nell'ambito della tipologia contrattuale, della diffusione dello smart working, del part-time involontario e nel salario. Il 43% dei dottori di ricerca che hanno trovato occupazione all'estero lavora in modalità smart contro il solo 28,4% di chi lavora qui e il 60,4% dei laureati veneti che hanno trovato un impiego oltre Paese. Peggiore, però, è la situazione all'estero per il part time involontario: infatti, i dati mostrano che a fronte dell'1,7% tra coloro che dichiarano di avere un impiego in Italia, oltre confine è diffuso per il 7,1%.

Le differenze più ampie si vedono nella retribuzione. Ad un anno dal titolo di studio chi ha un'occupazione in Italia prende uno stipendio poco superiore ai 1.800 euro netti, molto più basso di quello guadagnato all'estero che è pari ad oltre 2.500 euro. Si tratta, comunque, di stipendi molto più alti di quelli percepiti da un laureato: un anno dopo aver conseguito la laurea chi ha un'occupazione in Veneto prende uno stipendio intorno ai 1.400 euro netti rispetto ai 2mila euro dell'estero.

È chiaro che l'offerta di bassi salari, disallineati con i prezzi della vita quotidiana, comporta modifiche nelle decisioni di spesa e degli stili di vita dei giovani.

 

Analisi 5. Chi resta e chi parte per lavoro?

Risultano interessanti le dichiarazioni dei dottori di ricerca che proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo e i tipi di miglioramento nel lavoro che hanno percepito dopo. Tra chi lavora in Italia e chi all'estero le considerazioni sono diverse: se dopo aver preso il dottorato, per il miglioramento dal punto di vista economico nel lavoro le dichiarazioni sono simili tra chi resta e chi si trasferisce, diversa è la situazione per la posizione lavorativa poiché fuori dal bel Paese sono il 23,1% i dottori che dicono di aver ricevuto un avanzamento rispetto al valore inferiore al 10% di chi ha trovato l'impiego in Italia.

Altra differenza significativa si registra nelle competenze professionali: in entrambi i casi si tratta del tipo di miglioramento più sentito, ma chi lavora in Italia lo afferma per il 70,7% dei casi, mentre chi vive all'estero per il 53,8%.

 

Analisi 6. I dottori di ricerca e gli aspetti del lavoro

 

Tutte le infografiche sono consultabili nelle sezioni lavoro e istruzione di statistica.regione.veneto.it