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Rappresentare il cambiamento: il lavoro in Veneto dal 2008 al 2024

In questi ultimi quindici anni, il mercato del lavoro italiano ha subito diverse trasformazioni, superando crisi economiche e pandemia, cavalcando le sfide della trasformazione tecnologica e adattandosi alle nuove normative di settore.

 

Anche in Veneto, in questo periodo, sono evidenti le fluttuazioni registrate in corrispondenza delle recessioni 2008-2009 e 2012-2013, così come dal crollo e successivo rimbalzo durante la pandemia. L'occupazione ha registrato un'espansione a partire dal 2014-2015, sospinta anche dalle agevolazioni contributive.

 

Sebbene il ritmo di crescita del numero degli occupati rallenti nell'ultimo anno rispetto a quanto registrato fino al 2023, anno boom per l'occupazione, il tasso di occupazione dei 15-64enni passa dal 66,4% del 2008 al 70,2% del 2024 (il valore più alto in questo periodo dopo quello dell'anno precedente pari al 70,4%). La disoccupazione registra valori inferiori rispetto a quello già buono di 16 anni prima: siamo al 3% di tasso di disoccupazione rispetto al 3,4% del 2008. Il tasso di inattività della popolazione in età 15-64 anni, un tempo pari al 31,2% è oggi 27,6%.

Nel periodo di tempo analizzato, le donne hanno migliorato la loro posizione nel mercato del lavoro, ma permangono ancora degli squilibri. Il tasso di occupazione femminile oggi è pari all'80% di quello maschile, ma chiaramente l'obiettivo a cui deve essere rivolta l'attenzione è un pieno 100% dove occupazione maschile e femminile si equivalgono. Inoltre, si può osservare che le donne con figli piccoli in età prescolare lavorano meno delle altre: in Veneto nel 2024, fatto 100 il tasso di occupazione delle donne in età 25-49 anni senza figli, il tasso delle donne con figli piccoli si ferma al 77%.

Nel corso degli ultimi anni il mercato del lavoro ha sperimentato un repentino innalzamento dell'età media degli occupati. Tale cambiamento è sicuramente una conseguenza dell'invecchiamento della popolazione complessiva, ma sono stati determinanti anche i cambiamenti normativi riguardanti l'età pensionabile e il relativo allungarsi delle carriere lavorative, cambiamenti introdotti proprio a causa di una popolazione sempre più anziana. Allargando la prospettiva, è necessario considerare anche l'aumento della partecipazione al mercato del lavoro delle donne e l'aumento della scolarizzazione che ha ritardato l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

Dal 2008 al 2024, i lavoratori under 35 sono diminuiti del 24%, mentre quelli nella fascia 35-54 anni sono rimasti stabili. Il cambiamento più evidente si registra fra gli over 55, più che raddoppiati nel giro di 16 anni. Attualmente, la classe di età 15-34 anni rappresenta il 23% degli occupati, mente la classe 35-54 pesa per il 52%. I rimanenti lavoratori over 55 sono il 25% (rappresentavano il 10% degli occupati nel 2008).

Considerando l'andamento dell'occupazione per classi di età, si osserva che i giovani, in Italia, come in altri paesi, sono quelli che risentono maggiormente delle flessioni del ciclo economico.

Tra il 2008 e il 2013 il tasso di occupazione si è contratto di ben 13 punti percentuali tra i 15-29enni e di 10,6 punti nella fascia di età 25-34 anni, arrivando a toccare, rispettivamente, il 36% e 72,5% nel 2015 per poi recuperare fino al 2019. Con la crisi sanitaria, poi, vi è un nuovo crollo, ma con la fine dell'emergenza, il tasso di occupazione ha un nuovo slancio e cresce sia in queste fasce di età che tra i 35-44enni. La risalita è particolarmente ampia per la fascia dei 25-34enni che nel 2024 registra 81 occupati ogni 100 persone, ossia oltre 7 punti percentuali in più del 2020, ma inferiore ai valori del 2008. Per i 15-29enni il tasso scende al 41,7%, determinando comunque una crescita rispetto all'anno pandemico di 3 punti; l'occupazione dei 35-44enni arriva a misurare nel 2024 l'88%, circa 5 punti in più dalla crisi sanitaria.

Positivo il decremento di Neet e di giovani che abbandonano precocemente la scuola. Nel 2024 i Neet, ossia i giovani che non lavorano, non studiano e non si formano, non raggiungono le 65mila unità in Veneto, il 14% in meno dell'anno prima, incidendo per il 9% sui 15-29enni. Tale valore è il secondo più basso tra le regioni italiane (primo Il Trentino Alto Adige con il 7,7%) e raggiunge il target europeo che prevede di registrare una quota massima del 9% entro il 2030. Per quanto riguarda il tasso di abbandono, era pari al 15,5% nel 2008, è cresciuto ulteriormente fino al 16,5% nel 2011, per poi scendere al 6,9% nel 2016. Un ulteriore picco negativo è stato registrato nel 2020 (11,2%) per poi attestarsi al 9% nel 2024, raggiungendo anche in questo caso l'obiettivo europeo, che è stato posto al 9% da raggiungere entro il 2030.

Entrando nel merito delle caratteristiche occupazionali, gli ultimi vent'anni si sono caratterizzati da un processo di terziarizzazione, ossia da uno spostamento dell'economia verso i settori dei servizi.

Complessivamente, in Veneto, dal 2008 al 2024 gli occupati dell'industria sono diminuiti del 6%, trascinati dalla caduta del comparto costruzioni: l'industria in senso stretto, infatti, ha registrato una perdita del 2%, mentre l'edilizia del 21%. Per quest'ultimo settore, il declino è stato costante negli ultimi anni, salvo un recupero sostenuto a partire dal 2022 a seguito dei bonus edilizi introdotti a livello nazionale.

La prima conseguenza di questo progressivo processo di terziarizzazione riguarda la diminuzione degli occupati indipendenti, figure tradizionalmente caratteristiche dell'economia italiana, basata sul lavoro autonomo e la piccola impresa: nel 2008 in Veneto pesavano per il 23% sul totale degli occupati, mentre nel 2024 si fermano al 20%; in sedici anni sono diminuiti del 9%, stimando una perdita di circa 42mila unità. Tale perdita è imputabile alla componente giovane del mercato del lavoro: sempre meno under 40 decidono di lavorare in modo autonomo, scegliendo più di frequente un lavoro alle dipendenze (17% nel 2008 e 14% nel 2024 con una perdita del 39% nel numero di unità).

Gli indipendenti sono stati, inoltre, i primi ad essere colpiti dalle turbolenze del mercato: fra il 2008 e il 2009, allo scoppio della prima crisi economica, sono diminuiti del 7% rispetto all'1% dei lavoratori dipendenti. Fra il 2019 e il 2021, a seguito della crisi pandemica, sono diminuiti del 12% sempre rispetto all'1% dei dipendenti.

Concentrando l'attenzione sui lavoratori dipendenti, in Veneto nel 2023, l'88% è assunto con un contratto a tempo indeterminato.

A seguito della crisi economica, questo tipo di occupazione si è mantenuto costantemente al di sotto del livello registrato nel 2008, cominciando a riguadagnare terreno a partire dal 2016. Solo nel 2023, gli occupati a tempo indeterminato sono cresciuti in modo sostenuto, facendo registrare un +8% rispetto al 2022 e superando i valori del 2008 e del 2009. Rispetto a quella permanente, la dinamica della componente a tempo determinato risulta più strettamente legata al ciclo economico, come ben evidente dalle fluttuazioni registrate in corrispondenza della recessione 2008:2009. Il primo grosso cambiamento si è registrato appunto in questo biennio: nel giro di un anno i lavoratori a termine sono diminuiti del 12%, mentre quelli a tempo indeterminato sono rimasti per lo più costanti. Gli anni immediatamente successivi, recuperano le perdite, segnando nel 2017:2018 un picco di occupazione. Nel 2020, a seguito della crisi sanitaria, si registra un'ulteriore caduta per poi recuperare nuovamente terreno. Nel 2024 il 12% è assunto con un contratto a tempo determinato, quota che corrisponde a circa 221mila unità.

In dettaglio, il fenomeno del precariato è più diffuso in alcuni settori dell'economia: in agricoltura si raggiunge il 37% del totale. Trasversalmente ai diversi settori, tale forma di vulnerabilità lavorativa riguarda soprattutto gli occupati più giovani: in Veneto, solo l'6% degli over 40 è assunto con contratto a termine, mentre tale quota sale al 24% fra gli under 40.

Un tratto caratteristico della trasformazione in atto negli ultimi quindici anni è legato all'orario di lavoro, con l'aumento degli impieghi a tempo ridotto, in molti casi di carattere involontario, accettato solo perché in assenza di occasioni di lavoro a tempo pieno.

Le forme di lavoro a tempo parziale possono rappresentare un utile strumento di flessibilità e conciliazione famiglia - lavoro, soprattutto per genitori e caregivers che possono trovare un valido compromesso per rimanere all'interno del mercato: in Veneto nel 2024, il 18,6% dei lavoratori è in part time, valore pressoché in linea con il dato nazionale (17,1%). Osservando la serie storica, emerge che la crescita degli occupati è dovuta essenzialmente alla componente in part time: dal 2008 al 2024 sale del 19%, mentre i lavoratori a tempo pieno sono rimasti costanti, facendo rilevare solo un leggero aumento (+1,2%).

Una grande distorsione è il part time involontario, ossia quello accettato perché non si è trovato un lavoro a tempo pieno o perché c'è scarsità di lavoro. Nel 2024 questa condizione riguarda il 6% degli occupati nonché il 31% dei part time. Lavoratori junior e senior sono ugualmente coinvolti, presentando entrambi i gruppi la stessa quota. Per quanto riguarda, invece, i settori economici, questo tipo di tempo ridotto è una pratica diffusa soprattutto nei servizi e in particolar modo negli altri servizi collettivi e personali, negli alberghi e ristoranti e nelle attività immobiliari, servizi alle imprese e altre attività professionali e imprenditoriali.

Al di là del livello raggiunto nel 2024, ciò che preoccupa è il repentino peggioramento registrato negli ultimi anni: se il part time volontario è cresciuto dell'11% in sedici anni, quello involontario è cresciuto del 44%, con picchi del +143% fra il 2008 e il 2019.

Il part time è una prerogativa del tutto femminile: nella nostra regione, la quota di donne che lavorano con una riduzione di orario è pari al 35%, valore che scende al 6% fra gli uomini. Inoltre il Veneto è fra i territori con la percentuale più alta di part time femminile e al tempo stesso è fra le regioni con la più bassa quota di part time maschile. Tale diversità è legata in parte agli stereotipi di genere, secondo i quali i compiti di cura sono a carico delle donne e di conseguenza spetta a loro trovare il sistema per portare avanti entrambi gli aspetti, ossia quello familiare e quello lavorativo. D'altra parte il gap di genere nelle retribuzioni, che vede ancora una volta le donne in una posizione di svantaggio, fa si che il lavoro femminile sia quello più facilmente sacrificabile all'interno della coppia perché quello meno retribuito.

Anche la diffusione del part time involontario è più accentuata fra le donne: 10% rispetto al 2% degli uomini. Tuttavia, per gli uomini l'aumento è stato più marcato: se nel 2008 poco meno di 14mila maschi occupati si trovavano in questo regime orario non per libera scelta, tale quota supera le 30mila unità nel 2024, ma nel 2018 erano più di 52mila.

Un segnale positivo che deve necessariamente essere colto per puntare ad una crescita futura è l'aumento dei titoli di studio della popolazione, che ha portato ad un innalzamento della formazione e delle competenze presenti nel mercato del lavoro.

Nel 2024 in Veneto, il 24% dei lavoratori possiede una laurea o un altro titolo terziario, il 51% un diploma di scuola superiore e il rimanente 25% ha concluso gli studi con la licenza media.

Il trend in atto è evidente: dal 2008 al 2024 gli occupati con titoli di studio terziario sono aumentati del 73%, passando da circa 306mila unità a 529mila alla fine del periodo. Sono cresciuti del 10% anche i diplomati, mentre i lavoratori con al più la licenza media sono diminuiti del 30%.

Dal punto di vista individuale, un buon titolo di studio rappresenta sicuramente un vantaggio: titoli di studio più elevati si associano a migliori prospettive, sia in termini di qualità dell'occupazione, sia di una busta paga più elevata. Inoltre, in contesti di instabilità economica, l'istruzione rappresenta l'unico vero strumento contro il rischio di disoccupazione, in particolar modo la disoccupazione di lunga durata: più c'è crisi in una comunità e più è importante studiare e concludere una formazione adeguata.

Per i laureati, il tasso di disoccupazione è passato dal 2,9% del 2008 all'1,9% del 2024, toccando il valore massimo di 6,5% nel 2013 in piena crisi economica. Dal lato opposto, il tasso di disoccupazione delle persone con al massimo la licenza media ha raggiunto un picco del 9% durante il 2017, per scendere al 4,2% nell'ultimo anno.

Anche il tasso di occupazione è molto variabile: è pari al 52% per chi ha un basso titolo, sale al 77% fra i diplomati e raggiunge l'86% fra i laureati.

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